Mondo greco
La Cina imperiale (221 a.C. – 1912 d.C.)

La Cina imperiale (221 a.C. – 1912 d.C.)

Dopo aver introdotto, in modo molto sintetico, la storia della Cina arcaica, passiamo adesso al racconto dei suoi tanti secoli come Impero Celeste.

Nel corso di questa lunga epoca, che copre più di duemila anni, possiamo assistere all’ascesa di una grandissima nazione, che per molto tempo ha costituito la prima economia mondiale (almeno fino al XVII secolo).

Kenneth Pomeranz, nel 2000, ha pubblicato il suo lavoro più celebre, dal titolo La Grande Divergenza: la domanda che lo storico americano si è posto è come sia stato possibile, vista l’estrema complessità socioeconomica raggiunta dalla Cina, che nell’era moderna essa sia stata scalzata dagli europei. Già Marx e Weber, in precedenza, avevano provato ad analizzare come mai essa non avesse dato vita ad un proprio autonomo processo di industrializzazione. Può darsi che il mondo occidentale avesse già in sé i germi di una cultura imprenditoriale (forse di matrice protestante); oppure che la Cina, condannata alla sua “trappola malthusiana” (una crescita agricola che non tiene il passo con quella demografica), non avesse avuto modo di accrescere il suo reddito pro-capite, accumulare un surplus di ricchezza sufficiente e quindi sviluppare una conveniente automatizzazione nella produzione. Secondo Pomeranz, l’egemonia europea sarebbe da ricondursi a due fattori concomitanti, sviluppatisi nell’Inghilterra del XVIII secolo: da un lato il monopolio internazionale sulla produzione del cotone, che ha reso il paese europeo il mercato tessile di tutto il mondo; dall’altro l’adozione del carbone, una fonte di energia molto più efficiente di quelle precedenti, che ha accelerato la meccanizzazione del lavoro e, in aggiunta, fatto risparmiare preziosa terra coltivabile (dal momento che il legno non era più così fondamentale). Tutto questo, in Cina, sembra non essere avvenuto.

Negli ultimi secoli della sua esistenza, l’impero dei Figli del Cielo ha dovuto subire a più riprese il fardello di dominatori stranieri (i mongoli, i mancesi, e infine gli stessi occidentali), aumentando inesorabilmente il gap tecnologico con i concorrenti. L’ultimo sintomo di questa crescente dipendenza dalle culture allogene, può considerarsi la stessa adozione, nel XX secolo, del marxismo: un’ideologia che ben poco ha a che vedere, in effetti, con la millenaria cultura cinese, di matrice confuciana e, pertanto, profondamente classista.

I figli del cielo

La storia della Cina imperiale potrebbe essere divisa, per comodità, in due periodi distinti: il primo, corrispondente alla creazione dell’Impero Han (206 a.C.-221 d.C.) e il secondo, che parte dall’ascesa della dinastia Sui e si conclude con la deposizione dell’ultimo imperatore cinese (589-1912). A cavallo fra questi due macro-periodi, si inserisce una fase di forte crisi dell’autorità imperiale, simile alla precedente epoca degli Stati Combattenti, e che va dal 220 al 589 d.C. Un aspetto interessante, da mettere in evidenza, è che le dinastie che sono riuscite ad unificare un paese frammentato in tante piccole entità belligeranti, sono anche quelle meno longeve: quasi come se si trattasse di una maledizione, in effetti, sia i Qin (221-206 a.C.) sia i Sui (589-618 d.C.) non sono stati capaci di superare la seconda generazione. L’ascesa della dinastia Han (206 a.C.) rappresenta quindi l’inizio vero e proprio di una Cina imperiale: e saranno proprio i rappresentanti di questa dinastia ad introdurre le appropriate riforme istituzionali, le innovazioni culturali, che faranno superare l’anarchia militare precedente.


Cina 200 a.C.
Fonte: www.timemaps.com

I principali cambiamenti, che possiamo riscontrare, si riducono a quattro:

  1. La definizione del nuovo ruolo dell’imperatore, d’ora in poi soprannominato Huangdi, dalla crasi fra Huang (“luminoso”, appellativo precedentemente riservato al Cielo) e Di (l’antico dio supremo degli Shang, passato ad indicare i quattro punti cardinali e quindi, per osmosi, il mondo intero).
  2. L’abbandono del servizio militare universale (abolito formalmente nel 31 d.C.).
  3. L’interpretazione dello stato in quanto difensore di una tradizione culturale (che si identificherà, in base all’epoca, ora col Confucianesimo, ora col Taoismo, ora col Buddhismo, religione approdata in Cina nel I secolo d.C.).
  4. La comparsa di una nuova classe dirigente, costituita da grandi famiglie che si dedicano contemporaneamente a più attività: funzionari istruiti, proprietari terrieri e mercanti.

Durante l’epoca Han, praticamente contemporanea all’ascesa dell’Impero Romano, i sovrani cinesi ampliano ulteriormente il raggio di influenza della loro civiltà, che arriva a toccare i grandi snodi commerciali dell’Asia centrale (da cui importeranno il Buddhismo), il sudest asiatico, la penisola coreana e il Giappone. Fatto forse più importante, l’impero inizia a fare i conti con i bellicosi popoli nomadi della steppa (fra cui possiamo citare gli Xiongnu, da molti considerati i nostri Unni), coi quali sviluppa un perverso rapporto di simbiosi: i barbari dipendono dalla florida economia cinese per poter portare avanti le proprie scorrerie; i cinesi dipendono sempre di più dai barbari come bacino di forza militare.


La Grande Muraglia
La Grande Muraglia è per chiunque un simbolo inconfondibile della Cina e della sua sofisticata civiltà. Ma è anche – e come potrebbe essere altrimenti – l’immagine stessa della sua intrinseca fragilità, del suo rapporto altalenante coi confinanti nomadi della steppa settentrionale. Fatta erigere una prima volta da Qin Shi Huang (circa 215 a.C.), il quale voleva ridefinire una volta per tutte i confini con i minacciosi Xiongnu, avrebbe subito per secoli l’usura del tempo e della violenza umana. Saranno solo i Ming, a partire dal XIV secolo, ad erigere la Muraglia nella sua attuale interezza, impiegando il mattone in luogo della precedente terra battuta, ed alzando al cielo oltre venticinquemila torri di avvistamento. Le più recenti misurazioni attestano che sia lunga circa 8850 chilometri (comprese le trincee e i tratti difendibili naturalmente).

Questo stato di cose, com’è naturale che sia, porterà ad una lunga crisi, che porrà fine all’Impero Han (220). I successivi tre secoli e mezzo vedranno l’ascesa di svariate entità semi-indipendenti e semi-barbariche (Periodo dei Tre Regni, 220-280; Periodo dei Sedici Regni, 304-439; Dinastie del Nord e del Sud, 420-589). Alla fine di questo lungo stallo, la dinastia Sui riuscirà a ristabilire l’ordine imperiale, per poi estinguersi rapidamente a causa dell’incompetenza di Yangdi Yang Guang (618).

A quel punto, ai Sui succederanno i Tang (618-907): la continuità culturale con le dinastie del Nord è ravvisabile nella prassi dell’equa distribuzione della terra, ovvero l’ultimo sistema fondiario in cui la terra era di proprietà dello stato; in quella dell’esercito divisionale (fubing), l’ultima classe ereditaria di soldati che aveva caratterizzato il periodo precedente; nella riscossione di tasse in forma di grano e tessuti; nel finanziamento statale delle religioni istituzionali (Taoismo e Buddhismo); nello sviluppo di relazioni estere con i più remoti regni a est e a sud, cominciate a partire dagli Han; e nell’integrazione definitiva degli stranieri al governo. L’impero acquista un equilibrio interno, e un prestigio nei rapporti con l’estero, tali da permettere di considerare questo periodo come l’apogeo della storia cinese. Un punto debole è però rappresentato dall’eccessivo decentramento del potere militare, con concessione di ampia autorità ai comandanti periferici, cui si somma la rinascita della vecchia aristocrazia fondiaria, che ricomincia la sua penetrazione nelle cariche amministrative.


Cina 750 d.C.
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Agli inizi del X secolo, una gigantesca rivolta contadina scuote il paese e viene domata grazie soltanto all’abilità di generali stranieri, mentre i capi militari si contendono la successione. Nel 907, la gloriosa era dei Tang si è già definitivamente conclusa: ha inizio l’ennesimo periodo di anarchia militare, detto delle Cinque Dinastie (907-979), durante il quale la capitale di Chang’an viene distrutta, perdendo la sua plurisecolare importanza (anche perché la linea commerciale panasiatica, di cui era punto d’arrivo, era già stata bloccata dall’espansione dell’Islam in Asia). Nel 960, un capo militare della famiglia Zhao si impadronisce del potere con uno stratagemma, dando vita alla dinastia Song (960-1276). Il nuovo periodo è contraddistinto da una politica di accentramento del potere, con una fitta rete di controlli sulle autorità locali e la pratica esautorazione dei comandanti militari. L’impero è ormai imperniato sulla classe dei funzionari civili di formazione confuciana (i ben noti Mandarini), che assicurano una coesione ideologica e un’efficienza amministrativa rimaste esemplari. Anche le arti e le scienze rifioriscono, mentre la nuova capitale, Kai Feng, rinnova lo splendore perduto dei Tang. Soprattutto ad opera del geniale Tai Zong (939-997), per più di un secolo, la Cina sembra aver ritrovato l’antico smalto.


Cina 979 d.C.
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Nonostante i bagliori di una ritrovata sicurezza estetica e culturale, politicamente parlando l’impero Song è ancora fragile, perennemente in balia di potentati nomadi. Nei suoi tre secoli di vita, infatti, la dinastia Song dovrà affrontare varie minacce terribili: i manciuriani Kitan (a cui si deve il nome Catai, che Marco Polo userà per parlare della Cina), i tunguti della Confederazione Xia Xia e i bellicosi Jurcin, nati dalla fusione fra elementi mancesi e tunguti. I continui conflitti con questi nemici, renderanno la Cina facile preda dell’improvvisa – quanto letale – espansione dei Mongoli di Gengis Khan (1162-1227). La campagna decisiva contro i Song viene sferrata da Qubilai (1215-1294), nipote di Gengis, che nel 1276 si impadronisce di Hang Zhou e rovescia il potere Song. È l’inizio di una dominazione mongola che avrà fine soltanto un secolo dopo, all’avvento dei Ming.


Cina 1215
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I secoli dei barbari

Nonostante l’assunzione del nome cinese di Yuan, la nuova dinastia mongola regna con il sistema tipico dei conquistatori, estromettendo da ogni carica i funzionari cinesi e affidando l’amministrazione esclusivamente ai mongoli e ad altri elementi stranieri fidati e capaci. Si riproduce nuovamente il fenomeno del latifondo dei monasteri, per il favore accordato al buddhismo – e soprattutto al Lamaismo – dai discendenti di Qubilai. Intanto, dal sud della Cina, si viene organizzando una rivolta contro l’usurpazione nomade: liquidate in breve tempo anche le guarnigioni del nord, la lotta per la successione volge in favore di Zu Yuanzhang (1328-1398), un capo di origine contadina ed ex monaco buddhista, che nel 1368 fonda la dinastia Ming (1368-1644). L’opera del primo imperatore ha due obiettivi fondamentali: la ricostruzione economica e la restaurazione della società secondo i modelli classici. Del suo ceto di origine, Zu Yuanzhang conserverà sempre l’odio e la diffidenza verso i funzionari proprietari terrieri, divenuti suoi naturali alleati dopo la presa del potere.


Cina 1453
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L’assolutismo politico tocca così vertici mai raggiunti in passato e, sotto i suoi successori, assume forme di vero e proprio terrore poliziesco. Un evento particolarmente significativo, a posteriori, è l’elezione di Pechino a capitale imperiale, nel 1421, ruolo da cui non verrà mai più scalzata.


Porcellana bianca e blu (XIV-XVII secolo)
Le porcellane di epoca Ming, col loro caratteristico accostamento di bianco e blu, hanno sempre rappresentato un prodotto estremamente apprezzato in tutta l’Asia, oltre che in Occidente. Si tratta di vasellame realizzato in porcellana (una ceramica estremamente sottile, creata in Cina già nel VII secolo), su cui veniva applicato manualmente un disegno, servendosi di uno stencil intriso di pigmenti ricavati dall’ossido di cobalto. Solo in un secondo momento, nelle grandi produzioni in serie, si è iniziato ad utilizzare la tecnica della stampa a trasferimento termico. Per tutta la durata della Dinastia Ming, il principale centro di produzione di porcellana fu Jingdezhen, nella provincia di Jiangxi.

L’epoca Ming, per quanto celebrata spesso come una delle più rappresentative della millenaria civiltà cinese, ne rivela tuttavia anche i lati più negativi: cecità e scarsa lungimiranza getteranno fin d’ora le basi per il crollo della Cina, di fronte allo strapotere degli occidentali, nel XIX secolo. La chiusura dell’Antico Regno di Mezzo ad influenze esterne, pertanto, si fa la prassi preponderante. La grande battaglia navale di Noryang (1597), in cui le navi a testuggine cinesi sbaragliano i giapponesi (che hanno tentato di occupare la Corea) è, ad esempio, l’ultimo bagliore di un effimero predominio sui mari.

Un secolo prima (dal 1405 al 1433) il grande ammiraglio Zheng He ha infatti affrontato per sette volte il mare aperto, attraversando con grandi flotte l’Oceano Indiano: dall’Indonesia a Mogadiscio, la presenza dei Ming dà alla Cina un breve ruolo di avanguardia nell’esplorazione oceanica. Nel vuoto lasciato da essa, una volta smobilitato il progetto dell’ammiraglio Zheng He, si inseriscono, a partire dal XVI secolo, le grandi potenze europee, allora in piena fase espansiva. Nello stesso territorio cinese, i portoghesi si impadroniscono di Macao, gli olandesi di Taiwan e delle Pescadores. Il loro comportamento, del resto, inibirà fin da principio qualsiasi tentazione di aprire delle relazioni diplomatiche ufficiali.

Agli inizi del XVII secolo l’impero Ming è già allo sfacelo: il dispotismo ha reso gli eunuchi arbitri del potere, la burocrazia, con la persecuzione degli elementi migliori, tocca il fondo del servilismo e della corruzione, alle frontiere nordorientali premono minacciosamente i Manciù, eredi degli antichi Jurcin, riorganizzatisi ora su una più salda struttura di tipo militare. Alcuni anni di carestia e le terribili inondazioni dello Huang He aggravano la situazione, e nel 1631 un’imponente rivolta contadina sconvolge il paese. Le bande armate si stringono attorno a un capo abile e deciso, Li Zicheng (1606-1645), che dopo una serie di rapide vittorie entra a Pechino. Gli alti funzionari Ming, a questo punto, chiamano in aiuto i Manciù per reprimere la rivolta. Lo scopo è raggiunto, ma il prezzo da pagare è più alto del previsto: i nuovi alleati si prendono, come contropartita, il trono imperiale e l’intero paese.

Si instaura così la dinastia Qing (1644-1911), e la Cina è dominata per la seconda volta da una nazione straniera. I Qing, per tutto il primo secolo e mezzo di dominio, conservano la loro qualità di conquistatori.


Cina 1648
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Il territorio assoggettato è presidiato dalle Bandiere, organismi militari dell’aristocrazie mancese, in ogni carica amministrativa il funzionario cinese è controllato da uno mancese e nei documenti ufficiali è imposto il bilinguismo.

Un’altra imposizione, forse la più umiliante, è quella del taglio dei capelli e dell’uso del codino, secondo l’acconciatura tradizionale mancese. La scienza e la tecnica europee, introdotte in Cina dai Gesuiti (XVII secolo), vengono gradualmente accettate per impieghi pratici e limitati, respingendo nettamente i principi filosofici e politici di cui quelle sono prodotto e complemento inseparabile.

Il senso innato di superiorità sui barbari europei farà sì che, a fine Settecento, l’imperatore Qianlong vanifichi un’ambasceria britannica, per la sua ingenua pretesa di ricevere dal “vassallo” il consueto omaggio delle nove prostrazioni con la fronte al suolo. Sarà questo il preambolo dell’imminente Secolo dell’Umiliazione (1839-1949), che va dalla Prima Guerra dell’Oppio all’avvenuta Rivoluzione Maoista.


Guerre dell’Oppio (1839-1860)
Le Guerre dell’Oppio furono due conflitti, combattuti rispettivamente negli anni 1839-1842 e 1856-1860, a seguito dei quali l’impero cinese dovette aprire il proprio mercato alle merci britanniche. La Compagnia Britannica delle Indie Orientali, infatti, aveva già precedentemente iniziato ad importare l’oppio, prodotto nel Raj Indiano, nelle principali piazze commerciali della Cina. Il governo Qing, allarmato dal dilagare di un vizio che minava le basi stesse della stabilità sociale, provò a più riprese a mettere al bando la sostanza, provocando però la reazione britannica. Sconfitta ed umiliata, la Cina dovette firmare i trattati di Nanchino (1842) e Tientsin (1860), con cui riconosceva ai britannici l’accesso a molti altri porti e la sovranità sull’isola di Hong Kong (rimasta in mani britanniche fino al 1° luglio 1997).

Il crescente peso occidentale, nelle faccende asiatiche, culmina nella deposizione di Pu Yi (1906-1967), ultimo imperatore della Cina, a seguito dei moti rivoluzionari di Sun Yat-sen (1866-1925).


Cina 1914
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Il 12 febbraio 1912, quindi, in Cina viene proclamata una repubblica. Ha così fine, dopo oltre due millenni di storia, l’antico impero cinese. Bernardo Bertolucci, nel suo celebre film L’ultimo imperatore (1987), ha dato la rappresentazione forse più genuina ed empatica, della tragedia consumatasi nella Città Proibita, ai tempi del giovanissimo Pu Yi (deposto ad appena cinque anni).

Di Lorenzo Hofstetter

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BIBLIOGRAFIA

– MARK EDWARD LEWIS, La Cina antica (Einaudi, 2018)

– Collana Grande Storia Universale, vol. 10 (Armando Curcio Editore, 1977)

– KENNETH POMERANZ, The Great Divergence – China, Europe and the making of the Modern World Economy (Princeton University Press, 2000)

Contenuti multimediali consigliati:

  • L’ultimo imperatore (film di Bernardo Bertolucci; 1987)
  • 1911 (album del gruppo musicale Zhaoze, che mischia suggestioni post-rock a strutture melodiche e concettuali della musica tradizionale cinese; 2011)
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