Mondo greco
La rivoluzione del Neolitico

La rivoluzione del Neolitico

La nascita dell’agricoltura

Il Neolitico (ovvero “età della pietra nuova”) non designa soltanto il periodo in cui avvenne la comparsa di un nuovo tipo di manufatto, ovvero la pietra levigata anziché scheggiata come usava nel Paleolitico, ma anche e soprattutto un nuovo tipo di società, caratterizzato da numerosi cambiamenti rispetto al passato: la sedentarietà al posto del nomadismo, con la conseguente nascita delle prime città, la concezione di una “piramide sociale”, la ricchezza, l’esistenza della proprietà privata, nuove tecnologie e tecniche, l’agricoltura e la pastorizia, nonché l’allevamento in generale. Fu una vera e propria rivoluzione nella storia dell’uomo, paragonabile alla rivoluzione industriale, che caratterizzò le prime città conosciute della storia umana, ovverosia le città di Sumer, con i loro templi grandi come montagne, le case di mattoni di argilla, gli enormi campi coltivati e gli imponenti canali d’irrigazione, la suddivisione della società tra sacerdoti e nobili, i più ricchi e potenti di tutti, e artigiani, mercanti, contadini e schiavi. Questo fenomeno si verificò in modo indipendente in molte aree del mondo, non solo nella “Mezzaluna fertile”, ma le evidenze archeologiche più antiche ci sono giunte da questa area, poiché fu da lì che in seguito le popolazioni neolitiche si spostarono in Europa, esportando il loro modello di società.

Dal punto di vista geologico, circa 12.000 anni fa avvenne la fine del Pleistocene, ovvero l’età glaciale, e cominciò l’Olocene, un’era caratterizzata da un clima decisamente più caldo, che permise la formazione di una specie di “giardino naturale” nell’area del Vicino Oriente conosciuta come Mezzaluna fertile. Tra le piante e gli animali che prosperavano,  comparvero gli antenati selvatici di cibi che conosciamo molto bene: grano, orzo, farro, lenticchie, piselli, pecore, capre, maiali, tori e mucche. Tra il 9000 e il 6500 a.C. sorsero i primi villaggi nelle zone ai piedi dei monti Zagros, nelle valli interne dell’altopiano iranico, nella valle del fiume Eufrate e sulle alture della regione siro-palestinese. La collocazione in questi luoghi permetteva di integrare le risorse agro-pastorali con quelle provenienti da caccia e raccolta, sfruttando i vantaggi di un’economia mista. Ogni villaggio era composto da un piccolo gruppo di famiglie, tutte con un proprio focolare, un sepolcreto accanto alla casa o in un cimitero comune; le abitazioni inizialmente costruite in argilla a pianta circolare, venivano edificate in mattoni crudi a pianta rettangolare; inoltre furono erette recinzioni murarie e bastioni in pietra per proteggersi dagli animali e dai nomadi. Gli anziani si riunivano in un consiglio per poter guidare la comunità e far rispettare le regole agli abitanti del villaggio. Queste prime testimonianze di gruppi umani che conducevano una vita sedentaria e non nomade, cosa che aveva invece caratterizzato il Paleolitico, rappresentano dunque l’inizio della grande rivoluzione del Neolitico; l’introduzione dell’agricoltura, i cui cicli di semina e raccolta prevedevano tempistiche molto lunghe, portarono pian piano al prevalere dello stile di vita sedentario. All’agricoltura seguì l’allevamento, così come l’impiego di coloro che non lavoravano la terra in attività artigianali: nacquero pertanto nuove tecniche per lavorare la ceramica, con cui si creava il vasellame in cui conservare il cibo, e i tessuti, nonché per la creazione di nuovi strumenti utili all’agricoltura, come la falce e l’aratro. In questo modo avvenne il passaggio da un’economia di raccolta, in cui gli uomini erano strettamente dipendenti dalle risorse che crescevano spontanee in una certa zona, prima di spostarsi verso un’altra per trovarne di nuove, a un’economia di produzione, che permise all’uomo di modificare il paesaggio secondo le sue necessità, creando il proprio ambiente vitale. Il generale miglioramento dello stile di vita fece aumentare la popolazione ulteriormente, tanto che i villaggi si ingrandirono e si moltiplicarono, diventando delle vere e proprie città. Una caratteristica di queste società antiche, come quelle dei Sumeri e Babilonesi, fu la teocrazia, un tipo di governo in cui simbolicamente il potere era detenuto dagli dèi, i quali si esprimevano tramite i sacerdoti.

Come si è detto, in Europa la rivoluzione neolitica giunse dall’Oriente, ovvero dall’Asia Minore e dalla Mesopotamia, la quale portò non solo le nuove tecnologie, ma anche nuove specie di animali e di pianti, fino ad allora sconosciute.

L’Età dei metalli e le nuove tecnologie

Tra il V e il IV millennio a.C. si iniziò ad estrarre i metalli contenuti nei minerali attraverso il calore del fuoco, grazie alla tecnica della fusione. Ciò permise la creazione di nuovi utensili, inizialmente fabbricati in rame per poi passare, verso la fine del IV millennio, all’uso del bronzo, una lega di rame e stagno che risultava più facile da lavorare rispetto al rame. Fu il popolo degli Hittiti a scoprire per primo la tecnica della fusione del ferro, una conquista lenta e difficile che però portò notevoli vantaggi: gli utensili di ferro erano più economici da produrre ed efficienti da utilizzare, inoltre il ferro era molto più facile da trovare in natura. Nacquero perciò la siderurgia e, di conseguenza, il mestiere del fabbro.

Un’altra importante innovazione fu portata dall’invenzione della ruota, dapprima utilizzata semplicemente dal vasaio per modellare i vasi, poi successivamente impiegata dal costruttore di carri per fabbricare mezzi di trasporto utili all’economia e alla guerra. Le prime ruote erano interamente di legno, quindi molto pesanti, finché verso il 2000 a.C. si cominciò a intagliarle fino a formare dei raggi, che le resero più leggere, veloci e maneggevoli. Anche la produzione artigianale di ceramiche, tessuti e attrezzi crebbe notevolmente, portando la domanda di nuove materie prime a crescere sempre di più: nacque così il commercio a distanza, che permetteva non solo il rifornimento di questi materiali, ma anche lo scambio degli stessi prodotti di artigianato tra popoli lontani tra loro. 

L’invenzione della scrittura

Verso il IX millennio a.C. un contadino fabbricò alcuni gettoni d’argilla e ad ogni forma attribuì un significato; gli fu così possibile fare un inventario dei propri beni. Questa innovazione fu in realtà il primo codice incisivo in grado di dare informazioni su quantità di grano e animali, che si diffuse in fretta, ma che ben presto divenne poco pratico. Con l’avvento delle città, del commercio e, in generale, con il fiorire dell’attività economica, si rese necessario trovare dei sistemi più efficaci per contare e tenere traccia delle merci.

In un primo momento, si iniziò a imprimere sui gettoni un segno tramite un sigillo, tuttavia il momento fondamentale per la nascita della scrittura fu quando si imparò a classificare gli oggetti simili indicandoli con un unico segno, senza doversi preoccupare della qualità degli oggetti stessi. Con l’invenzione dei numeri, si sentì anche la necessità di registrare il nome degli individui che davano o ricevevano i beni elencati nelle tavolette; così nacquero i primi fonogrammi, ovvero segni che riproducevano dei suoni. Dopo il 2800 a.C. la scrittura iniziò a  distaccarsi dalla contabilità: si cominciò infatti a incidere i nomi delle persone anche su oggetti preziosi deposti nelle tombe, secondo la credenza che il nome del defunto avrebbe garantito la sua sopravvivenza nell’aldilà, oltre a una preghiera al dio al quale era dedicata l’oggetto. Il passaggio della scrittura dal campo della contabilità a quello della religione designò la nascita della scrittura letteraria, che dal III millennio in poi venne usata dai sovrani per tramandare le proprie imprese e scrivere le leggi dei loro regni.

A cura di Ludovica Buda & Maria Sofia Mazzini

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